Lui & Lei
3 GIORNI A BUCAREST SENZA SEX
A_PART_OF_ME
27.04.2026 |
250 |
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"Nessun tentativo di andare oltre ciò che siamo: due persone che si piacciono nella maniera più semplice possibile, quella fatta di presenza..."
Maggio 2025. Ponte del Primo Maggio.Decido di partire per la Romania, senza troppe aspettative ma con quella curiosità sottile che mi prende sempre prima di un viaggio da solo. Qualche giorno tra città ordinate e un po’ malinconiche, strade dall’aria mitteleuropea e castelli della Transilvania che sembrano usciti da una fiaba gotica, sospesi tra storia e leggenda.
Nei giorni prima della partenza, quasi per gioco, apro Tinder. È lì che matcho con una ragazza del posto. È giovane — molto giovane — e la cosa mi fa sorridere più che altro per la distanza di mondi che immagino. Mi scrive in un italiano sorprendentemente fluente. Ogni tanto ammette candidamente: «Questo con traduttore», altre volte l’italiano è così naturale che mi chiedo se stia bluffando. Non importa. Le conversazioni sono leggere, curiose, mai invadenti. Continuiamo a scriverci per settimane, come se il viaggio stesse già prendendo forma attraverso quelle frasi un po’ storte, un po’ sincere.
Quando arrivo davvero in città le scrivo. Ho noleggiato un’auto, voglio sentirmi libero di muovermi, di fermarmi, di sbagliare strada se serve. Lei mi manda un indirizzo in centro. Parcheggio non lontano e la vedo sul marciapiede: ferma, un po’ composta. Lei vede me. Ci riconosciamo subito. Siamo entrambi esattamente come nelle foto — nessuna sorpresa, nessun inganno. Ed è proprio in quel momento che si manifesta il problema.
Dal vivo lei non parla italiano.
E l’inglese… pochissimo. Quasi nulla.
Ci guardiamo, ci sorridiamo, e poi — inevitabilmente — scoppiamo a ridere. Un riso imbarazzato, liberatorio. Tiro fuori il telefono. Lei fa lo stesso. Google Traduttore diventa il nostro interprete ufficiale, il terzo incomodo, il vero protagonista della serata.
Passiamo ore così.
Prima camminiamo per la città, io che le indico palazzi e dettagli come se potessero essere autosufficienti alle parole. Poi ci fermiamo per un aperitivo, seduti uno di fronte all’altra senza parlare, ma scrivendo freneticamente sul telefono, traducendo, porgendo lo schermo come fosse un biglietto segreto. A cena succede lo stesso. Gli altri avventori ci guardano divertiti e perplessi: due persone che non scambiano una parola, ma ridono continuamente, come complici di uno scherzo privato.
È comico.
È assurdo.
Ed è straordinariamente divertente.
Mi diverto come non mi succedeva da tempo. Le traduzioni a volte sono sbagliate, incomplete, surreali. Ci capiamo lo stesso. Anzi, forse proprio per quello. Ogni fraintendimento diventa una risata. Ogni frase un piccolo evento.
Ci vediamo quasi ogni sera. Sempre senza aspettative, sempre leggeri. Passeggiate, gelati improvvisati, panchine, tramonti guardati in silenzio. Non c’è alcuna malizia. Nessuna tensione. Nessun tentativo di andare oltre ciò che siamo: due persone che si piacciono nella maniera più semplice possibile, quella fatta di presenza.
Il giorno della partenza insiste per accompagnarmi all’aeroporto, almeno per lasciare l’auto. È mattina, l’aria è limpida. Durante il tragitto quasi non scriviamo: non serve. Quando è il momento di salutarci, la abbraccio. E non è un abbraccio rapido. È lungo. Lunghissimo. Cinque minuti in cui sembra di essere una coppia vera, di quelle che si salutano sapendo che qualcosa resta anche dopo.
Lei è timida, tenera, bellissima in quel modo che non chiede attenzione ma la merita tutta.
Le chiamo un Uber per tornare a casa. La guardo allontanarsi.
Ci salutiamo senza promesse, senza frasi solenni.
Riparto con addosso una sensazione rara: giorni leggeri, puliti, sinceri.
Nessun sesso. Nessuna conquista. Solo risate, traduzioni improbabili e la certezza che, a volte, le connessioni più vere nascono proprio quando mancano le parole giuste.
E forse, proprio per questo, restano.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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